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Workaholism - voglio una giornata di 48ore --- ..........datti una mossa ragazza!

Stamattina mi sono svegliata con questo input.
Il mio netbook fedele, in stanby affianco al mio cuscino, continua ad emanare onde elettromagnetiche dannose, ma ha la stessa importante funzione del lumino acceso sul comodino - allontanare i mostri notturni - quello dell'isolamento, e in veste più formale, quello della frustrazione dovuta al ritardo su notizie, sugli utlimi post con fuso orario molto diverso dal nostro.
Sono ancora all'inizio del mio percorso professionale, e mi chiedo cosa succederà quando magari avrò delle responsabilità ben maggiori della mia "sopravvivenza".
Non credo che "l'ubiquitus computing" mi aiuterà a mantenere separati sfera professionale e privata, anzi so che è solo una scusa per cercare di ottimizzare e ampliare la mia produttività (cosa essenziale) e perdermi nel mare magno della rete, lasciando tracce di me ad ogni battito d'ali.
Sono figlia di uomo che ha dedicato la sua vita al lavoro, trascorrendo 17 ore al giorno in azienda, con la responsabilità di dover mandare avanti "baracca e burattini" (non è un'accezione negativa) e mantenere una famiglia numerosa e anche esigente (incastro borghese ). Ma a quale prezzo?
Dico questo per legittimare la mia tolleranza e profonda comprensione per chi si spacca di lavoro e cerca di fare qualcosa di serio nella vita, ma allo stesso tempo, mi chiedo se finirò anche io così, incollata ed alienata davanti ad un netbook o un pda per 20 ore al giorno, o imparanoiata per la possibile mancanza di internet (da luoghi turistici)...........

Penso che con l'attuale crisi economica, e l'endogeno disastro del mercato del lavoro, patologie come la dipendenza dal lavoro - si siano diffusi e mimetizzati all'interno del tessuto sociale, assumendo i noti colori dell'individualismo e dell'arrivismo.
Quale è la soglia che distingue la sana spinta all'auto-realizzazione personale, succo del progresso civile e diritto indiscutibile di ognuno , e la patologia?
e soprattutto, la patologia è individuale o collettiva? forse non è neanche più una patologia, ma un modo di vivere acquisito e incarnato.

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Commento da Michele Melis [CM] su 12 Marzo 2009 a 13:40
ahahah occhio che potrei considerarlo un invito : P
Commento da Antonio su 12 Marzo 2009 a 13:30
@Michele
è ovvio che una passione non è considerabile come patologica, anzi menomale che ci sono altrimenti sai che noia; ripeto io mi riferivo soprattutto all'aspetto dell'arrivismo o comunque ad un certo grado di ipercompetizione, che oltrepasssa molto spesso le naturali logiche agonistiche del mercato del lavoro; e questo a mio avviso è frutto di un periodo in cui noi giovani siamo troppo poco considerati e, in particolare, dove non c'è tanto un problema futuro di dipendenza dal lavoro ma, più che altro, di trovarlo o meglio che la domanda trovi un'adegauta risposta. Ovviamente questo è molto accentuato in un paese come il nostro: dove programmazione e investimenti non si sa cosa siano. Poi che ognuno cerchi di migliorare la propria condizione è un dato quanto mai naturale, che accomuna, penso, tutti gli esseri umani; altrimenti per ovvi motivi saremmo rimasti sempre all'età della pietra. Comunque per chiudere, michele, questi sono quelle riflessioni che vanno fatte "face to face", davanti ad un buon bicchiere di vino ed una cena. ehehhehe
Commento da MicaelaFiorito su 12 Marzo 2009 a 11:55
Concordo con te Michele - la passione per qualcosa , non può che essere un'elevazione del nostro spirito (per continuare su tasti filosofici) ;P
anche io sono mossa da molteplici passioni - come molti di noi - e non solo quella per il lavoro (nel mio caso futuro, spero!) - o per la cultura - o la famiglia, gli amici - il proprio partner.........
e il tentativo di dare il massimo di sè è un soundtrack che accomuna anche molti giovani (e menomale.....)
numerose incognite possono derivare dalle nostre scelte.. ....ma sono ottimista espero di rimanerlo!
Commento da Michele Melis [CM] su 11 Marzo 2009 a 23:20
@Antonio
l'anno scorso in un'intervista il prof. Marco Stancati ci disse di non amare particolarmente il termine "intraprendente" per definire una persona. Sosteneva che dietro a quella parola si potevano celare cose belle ma altre meno belle. Mi sembra che vi troviate in sintonia sulla questione : )

Sul resto: in questo periodo non mi sento tanto catastrofista sui rischi della "dipendenza dal lavoro".
Ho un'aspirazione: fare un lavoro che mi appassioni. Come si fa a essere dipendenti o ossessionati da una passione? Una passione più che altro si vive con intensità. Certo, gli eccessi non possono portare a niente di buono, ma questa non è altro che una passione vissuta male (e non ci si sentirebbe più nemmeno di chiamarla in quel modo).

Poi, a parte i discorsi filosofici: tocca sgobbare, siamo agli inizi.
Il pensiero italiota fa della "gavetta" una forma mentis e un atteggiamento che sta bloccando lo sviluppo del paese, ma questa è stupidità culturalmente diffusa, come prima: una disfunzione. In realtà non sapendo fare granché e avendo scarsa esperienza dobbiamo spingerci oltre, fare quanto più possiamo e di più; per la nostra formazione e per il nostro futuro, poi da sé vengono un sacco di altre cose, tutte belle : )
Commento da Antonio su 11 Marzo 2009 a 19:25
Trovo il tuo post alquanto eloquente nell'esprimere, a mio modo di vedere, uno stato d'essere generale, che in quest'epoca attanaglia i sogni di una generazione, la quale si ritrova a fare i conti con un sistema che ha al suo interno delle logiche, a lungo andare, alquanto logoranti. Mi spiego meglio: l'individualismo e, conseguenzialmente, l'arrivismo sono frutto di un modello culturale che fa della performance, ovvero, della comparazione forzata o dell'emulazione del migliore il suo paradigma fondamentale. L'aspirazione personale non è un danno in sè ma sfocia, a mio avviso, nella patologia proprio quando essa assume il carattere di una ossessiva ricerca di quel qualcosa in più, che il più delle volte è solo da ostentare e mai da vivere per sè stessi. Ovviamente questa è una mia personalissima opinione e mi è difficile condensare, nel breve spazio di un commento, un pensiero per ovvi motivi complesso. ti lascio con una citazione di un gruppo a me caro, che sintetizza un pò il mio pensiero:
" Lavoro a luce spenta con il lume a limitare la visione di questo mondo barbaro" (24 Grana - L'Attenzione)

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