Oncommunity

Ciao a tutti,
in genere non scrivo molto qui, ma in questo caso ritengo che l'argomento ci riguardi tutti da vicino.
Non so se avete letto l'articolo di Laura Mari, uscito su Repubblica giorno 2, intitolato
«Sapienza, l’hit parade delle matricole flop a Scienze delle Comuni... .
A mio avviso, tenta in modo sottile di aumentare il numero di associazioni negative attorno al nostro corso di studi e alla Facoltà.
Ho già ampiamente spiegato le mie motivazioni sul mio blog, e spero che siano almeno in parte condivise da tutti voi.
Credo che questo articolo sia un buon pretesto per riflettere un attimo sulla qualità dei Comunicatori. Contro chi ci accusa di essere ignoranti, contro il mondo del lavoro che ci pono sempre mille ostacoli, che non ci apprezza, contro il sentire comune che ci vede come laureati di serie B. Ma voi vi sentite così?
Forse dovremmo far vedere di cosa siamo capaci, per affermare anche in Italia la professione del Comunicatore. Michele, Veronica, Maria Laura e tutti gli altri...che ne pensate?

Sonia

Visualizzazioni: 88

Rispondi

Risposte a questa discussione

Ho notato anche io uno strano accanimento, non troppo terapeutico, nella frequenza con cui i professionisti della comunicazione (i giornalisti) puntano il dito verso i teorici (docenti) e gli apprendisti (studenti) della comunicazione, forse per lanciare una sorta di guanto di sfida contro chi dovrebbe un giorno fare il loro stesso nobile mestiere (come se tutti quelli che si laureano in Scienze della Comunicazione dovessero automaticamente affollare le anticamere delle redazioni), o forse per mettere in guardia i profani sulle asperità di un mondo tutt’altro che semplice.
Come studentessa di Scienze della Comunicazione recidiva, visto che ho perpetuato il “malfatto” iscrivendomi alla specialistica, mi occupo di comunicazione da ormai qualche annetto, e le ondate “patiche” pro o contro Sdc me le sono più o meno viste tutte: dalla facoltà “supermercato” che propone un panorama di insegnamenti un po’ per tutti i gusti, alla facoltà “carro bestiame” che ammassa studenti come mandrie per carenza di spazi, dalla facoltà modaiola, “fighetta”, che offre una preparazione adatta alle aspiranti Veline, alla facoltà bluff che non mantiene quello che promette.
Come dicevo, io queste maree le ho viste passare tutte, e da brava studentessa di Scienze della Comunicazione (ndr. ComunicazionE, non ComunicazionI), che per formazione dovrebbe assolvere il difficile compito di analizzare i cambiamenti della società nel suo divenire, ho capito che le scosse di assestamento facevano parte del normale, fisiologico andamento delle cose, perciò, guardando l’afflusso delle iscrizioni, in seguito all’inserimento del numero chiuso, la gestione degli spazi e degli insegnamenti nel tempo, mi sono rallegrata pensando che, malgrado tutto il brusio di fondo, la Facoltà fosse riuscita a comunicare se stessa nel modo giusto, scoraggiando chi si iscriveva solo per temporeggiare qualche anno dopo il Liceo e prima del lavoro. Per fortuna ho fatto un percorso di studi che mi permette di non credere a tutto quello che leggo e che mi ha dotato di una capacità d’analisi critica per elaborare le informazioni dei media, altrimenti in questi anni avrei avuto seri problemi di identità!
Un’ultima osservazione sull'articolo in questione, semplicemente da lettrice: non è che per parlare di giovani e studenti bisogna necessariamente usare un linguaggio giovanilistico per attirare l’attenzione (“hit parade delle matricole”, non siamo mica su Mtv!).
Ancora non riesco a realizzare se si tratti di una sfortunata serie di casi o di una “moda” che resiste al tempo. Fatto sta che spesso ci si imbatte in articoli un po’ “cattivelli” che sembrano avere il solo scopo di gettare fango sulla Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza.
Con una inquietante cadenza periodica che rispetta i 4-5 mesi appaiono di tanto in tanto articoli (molto spesso proprio sul quotidiano la Repubblica) che si dilettano nel lanciare frecciatine contro Scienze della Comunicazione, in modi più o meno espliciti, più o meno duri. A volte dettati da semplice cattiva informazione, altre volte sicuramente spinti dalla voglia di fare “facile” notizia con una facoltà che tutti hanno imparato a conoscere proprio per la troppa cattiva pubblicità che ingiustamente le è stata fatta durante gli anni.
C’erano tanti iscritti e alcuni giornalisti hanno immediatamente ipotizzato falle che minavano la preparazione degli studenti e l’agibilità delle aule di lezione; hanno introdotto il numero chiuso proprio per ovviare ad alcuni inconvenienti causati dal troppo afflusso di matricole e ora subito si sbandiera il flop, quando manca oltre una settimana alla data ultima d’iscrizione per le triennali e quasi due mesi per la specialistica.
Da studente “convinto” di questa Facoltà mi fa un po’ male leggere con tale frequenza cattiverie gratuite. Scienze della Comunicazione non è sicuramente la facoltà perfetta (quale lo è?), ma fino ad oggi mi ha dato molte più soddisfazioni che motivo di pentimento, dunque, a mio modo di vedere, non merita di essere stata eletta a capro espiatorio di qualunque cosa non funzioni alla Sapienza o usata nei titoli degli articoli giornalistici semplicemente per attirare la curiosità del lettore e per creare una notizia che poi a conti fatti neanche c’è.
Bisognerebbe promuovere l’istruzione, non ostacolarla con sterili polemiche.
Come studente di questa facoltà, ho deciso di mobilitarmi perchè ritengo il suddetto articolo offensivo nei confronti di chi quella facoltà la frequenta con passione, nonchè verso tutte le personalità che hanno a che fare con la stessa.
E’ vero, la facoltà di Scienze della Comunicazione ha con il mondo del lavoro un rapporto “esclusivo”, forse unico rispetto alle altre facoltà. Questo non deve assolutamente sminuire l’importanza di una facoltà del genere, soprattutto nel contesto in cui abitiamo, caratterizzata com’è da un paradigma del tutto nuovo, in cui risuonano parole chiave come cambiamento, innovazione, dinamicità, apertura. Il laureato di questa Facoltà è ampiamente formato al mondo del lavoro, è dotato di un bagaglio non indifferente di conoscenze diverse, che lo portano a comprendere e affrontare meglio tutto. È una persona aperta alla cultura, alle culture, con concetti, strumenti, metodi che gli donano flessibilità intellettuale. Dire che il calo di iscrizioni sia quasi un bene per una facoltà “banderuola” come questa, vuol dire non aver compreso tali dinamiche. La cosa mi sconvolge soprattutto perché la critica arriva da una persona per cui la comunicazione è pane quotidiano e da una “professionista” che dovrebbe invece preparare il terreno per chi come noi si sta affacciando al mondo del lavoro.
Non esagero a mettere tra virgolette la parola professionista, dato che un articolo del genere presenta pecche non indifferenti. Questo lo dico soprattutto in quanto studente di Scienze della Comunicazione e futuro professionista del settore. Oltre alla mancata considerazione da parte della giornalista del fenomeno comunicativo come qualcosa di unitario (Comunicazioni??), mi sembra assurdo fare una vera e propria hit-list delle facoltà più gettonate dalle matricole del futuro anno accademico. Dietro i numeri così ben espressi dalla Mari, esistono delle persone, che hanno avuto delle specifiche e singole motivazioni per iscriversi ad una facoltà piuttosto che ad un’altra. Sinceramente dubito che la giornalista abbia intervistato tutte queste persone. Un atteggiamento di questo tipo è eccessivamente lineare: il calo di iscrizione come conseguenza della diminuzione dell’interesse per la facoltà. Essendo una giornalista dovrebbe comprendere che tutti i fenomeni sociali sono conseguenze e cause di una pluralità indefinita di altri fattori e feedback differenti (per una lettura molto semplice, M. Maruyama). Né penso che la giornalista abbia confrontato il numero dei pre-iscitti (non iscritti) delle singole facoltà negli anni precedenti; o per lo meno non sono presenti nell’articolo, il che è particolarmente grave dato che ogni informazione di questo genere va sempre sostenuta con dati precisi.
Queste sono solo alcune delle leggerezze che ho trovato nell’articolo.
Queste sono solo alcune delle cose che ci insegnano alla Facoltà di Scienze della Comunicazione.
Ragazzi, sono sconvolta.
Cercavo un confronto autorevole e ho lasciato un commento sulla questione nel blog di Vittorio Zambardino. La risposta è stata: "Credo che, per il bene dei giovani, scienze della comunicazione vada eliminato".
Questo è un BLOG D'AUTORE di Repubblica eh!
Date un'occhiata QUI

Direi che si commenta da solo...
Da quando alla “Sapienza” esiste una facoltà che si chiama “Scienze delle Comunicazioni”?
Non sapevo se ridere o arrabbiarmi quando ho letto quell'errore, è stata una cosa voluta?
Fino a non molto tempo fa eravamo considerati una facoltà di massa, adesso invece siamo addirittura un flop. È sempre bello sapere che non solo si parla male della mia facoltà, ma anche senza cognizione di causa!
Non mi sembra un buon esempio di giornalismo, considerando che stiamo parlando del futuro di tanti ragazzi che devono prendere delle decisioni in base alle informazioni che ricevono, anche dalle testate giornalistiche, ma se parlate di una facoltà nei termini di un prodotto qualunque, dubito che ciò possa essere di qualche aiuto.
A questo tipo di "provocazioni" le risposte possono essere di due tipi: una "militante" e una snob.
O ci si incazza e si risponde per le rime (reazione militante) o si liquida l'articolaccio considerandolo indegno di considerazione (reazione snob appunto).
Generalmente quando il livello della "provocazione" è così basso (stiamo parlando di un pessimo articolo a volerne dire bene) sono tentato generalmente ad avere una reazione piuttosto snob; della serie: io studio scienze della comunicazionE, le comunicazionI non mi risulta si studino da nessuna parte (forse a ingegneria).
Allo stesso modo comprendo la reazione del primo tipo (quella più naturale e diffusa a quanto vedo) e aggiungo: in termini "politici" è la più giusta e condivisibile. Mi spiego, la reazione snob dopotutto non porta a nulla, in definitiva fare guerriglia con la pseudogiornalista può essere utile perchè si combatte la disinformazione sulla nostra facoltà.
Una reazione più distaccata può però essere indicativa di una consapevolezza e maturità sul nostro ambito di studi, eppure mi accorgo che pochi ce l'hanno.
Mi chiedo: perchè non siamo in grado di liquidare questa pseudogiornalista con una battuta? Pensateci bene, un professore di medicina all' "uomo della strada" (con un giornalista del genere sarebbe uguale) che dice la sua su qualche malattia lo liquida con 4 parole in croce, e di certo non si sente attaccato o offeso.
Perchè sentiamo il bisogno di difenderci? Perchè ci incazziamo? Forse siamo noi stessi poco sicuri delle nostre competenze e dell' "autorità" del nostro corso di studi?
Una riflessione matura in merito potrebbe essere interessante, che ne dite?

Rispondi alla discussione

RSS

Forum

Lettera aperta a Bruno Vespa (thread ufficiale) 8 Risposte 

Iniziata da Michele Melis [CM] in Discussioni Generali. Ultima risposta di Marilena 4 Apr 2009.

Hit parade delle matricole, SdC e Flop...Siamo davvero così? 6 Risposte 

Iniziata da Sonia in Discussioni Generali. Ultima risposta di Michele Melis [CM] 10 Set 2008.

© 2020   Creato da Michele Melis [CM].   Tecnologia

Segnala un problema  |  Termini del servizio